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Oltre Assad #Syria

Il 26 gennaio di un anno fa in Siria un manifestante si è dato fuoco per protesta. E’ stato l’inizio della rivoluzione. La svolta della Primavera araba per il paese che confina a nord con la Turchia, a sud con la Giordania, a ovest con Israele e Libano, oltre ad affacciarsi sul mare mediterraneo. Dal 15 marzo dello scorso anno ad oggi ci sono stati 5 mila morti a causa della repressione del regime di Damasco. La media di manifestanti uccisi negli ultimi due mesi supera quota 20.

Homs è la città roccaforte dei ribelli, che si oppongono al presidente Bashar al Assad, del partito Bath. La famiglia degli Assad governa dal 1963. La Siria ha ottenuto l’indipendenza nel 1946, l’economia è basata su petrolio e agricoltura, ci sono venti milioni di abitanti con un reddito procapite di 2.410 dollari.

Il presidente Assad, sceso in piazza dopo anni, con la famiglia – vestito di piumino, ingrassato rispetto alle foto dei manifesti, senza baffi – ha concesso un’amnistia, secondo quanto riferito dall’agenzia Sana, domenica, per “i crimini commessi nel contesto degli eventi avvenuti dal 15 marzo 2011 al 15 gennaio 2012″. Non sono stati però forniti, dai canali ufficiali, altri dettagli. Nelle carceri ci sono 30mila prigionieri finiti in cella dall’inizio della rivoluzione, tra loro c’è un elevato numero di manifestanti e di soldati accusati di volere disertare.

La decisione di Damasco arriva dopo la morte del reporter francese Gilles Jacquier di France 2, ucciso assieme ad altre sette persone a Homs in un quartiere controllato dall’esercito. E dalle pressioni, oltre che della Lega Araba, che ha inviato degli osservatori – impotenti davanti ai crimini commessi ogni giorno in Siria – dello sceicco del Qatar e da quello più risolutivo dell’Onu. “Metta fine alla violenza, smetta di uccidere il suo popolo” ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban ki Moon, rivolgendosi al presidente siriano Assad. Lo ha detto durante una conferenza sul processo di democratizzazione dei paesi arabi a Beirut, senza dimenticare di citare Hezbollah, i cui leader sono ritenuti responsabili di sostenere il regime di Damasco .

”Il vento del cambiamento – ha detto ancora il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon riferendosi all’intera regione – non smetterà di soffiare. Le nazioni vogliono il rispetto della loro dignità, la fine della corruzione, il rispetto dei diritti umani e dicono basta al potere di un solo uomo, alle dinastie, al silenzio imposto ai media e alla mancanza delle liberta’ fondamentali”. L’ipotesi di inviare truppe arabe in Siria per fermare lo spargimento di sangue, diffusa ieri dal Qatar, verrà esaminata alla prossima riunione della Lega Araba, il 22 gennaio al Cairo. Lo ha annunciato il capo dell’organizzazione Nabil al-Arabi.

Assad vuole evitare una invasione armata in Siria, dopo la discesa in piazza - con le foto diffuse dalle agenzie da mostrare all’Occidente - l’amnistia è un pallido cenno di apertura in vista dell’anniversario d’inizio delle rivoluzione di Siria.

Secondo un rapporto delle nazioni unite anche i bambini vengono torturati nel paese degli Assad. Qualche settimana fa Riad Shakfa, leader dei Fratelli musulmani siriani – al sicuro a Istambul - ha indetto una conferenza stampa per dare il suo appoggio a un intervento militare in Siria”. Se la comunità internazionale arrivasse per dare protezione ai civili siriani, i fratelli musulmani apprezzerebbero il gesto. Pensiamo a un’operazione condotta dalla Turchia insieme ad altri Paesi soprattutto, arabi”. L’occidente però tentenna – prosegue l’articolo di Monica Ricci Sargentini per Sette – perché pieno di diffidenza nei confronti dei Fratelli musulmani. “Voi pensate che se andremo al potere non ci sarà democrazia. Ma vi sbagliate e di grosso – dice Shakfa nell’intervista – Con noi la religione verrà messa in secondo piano […] Mio padre era un uomo molto religioso ma il suo migliore amico era cristiano, io mi ricordo l’aria che si respirava prima degli Assad”.

Ma se domani Assad cadesse? “Ci sarebbe un governo di transizione come in Tunisia, guidato da tecnocrati. Il nostro modello di riferimento è la Turchia, ci piace il loro modello e vorremo guardare a loro per costruire il nuovo governo”.

Rue89 “Il sito Mediapart.fr, che cita fonti contattate a Homs, parla di “una provocazione delle forze siriane”. L’attacco al reporter francese Gills Jacqueier è avvenuto in un quartiere lealista pro Assad. Mediapart sottolinea che un osservatore algerino della Lega araba, si era dimesso perché il regime “era pronto a uccidere uno sconosciuto per convalidare la sua tesi di presenza di gruppi armati”.

ma.gal
@freelance_2811

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