In ricordo di due testimoni in diretta dal fronte. Marie Colvin, 55 anni, americana trapiantata a Londra, reporter per il Sunday Times era ovunque ci fosse una guerra da narrare «con accuratezza e senza pregiudizio». Remi Ochlik, 28 anni, due settimane fa aveva vinto il prestigioso World Press Photo per un drammatico reportage sul conflitto in Libia. I due reporter occidentali sono stati uccisi, il 22 febbraio, in un bombardamento su un centro stampa allestito dai ribelli nel quartiere di Bab Amr, assediato dai lealisti siriani dal 4 febbraio scorso. Il ricordo dei cittadini della rete nell’articolo pubblicato da Global Voices, dei colleghi e le storie dei giornalisti @acarvin @asteris e @ahmed.
Marie Soltanto ieri l’ultima testimonianza alla Bbc, in cui l’inviata del Sunday Times, 55 anni, descriveva le terribili condizioni sanitarie della popolazione, ma soprattutto la difficoltà di svolgere il proprio lavoro sotto i continui bombardamenti delle forze governative. “Miglior inviato estero dell’anno” nel 2001, le sue fotografie restano ora il ritratto immortale di vent’anni di violenza e sofferenza in Iraq, Cecenia, Palestina e Medio Oriente. Marie Colvin, americana trapiantata a Londra, ma soprattutto ovunque ci fosse una guerra da narrare «con accuratezza e senza pregiudizio». «Dobbiamo sempre chiederci se la storia vale il livello del rischio. Cos’è coraggio e cos’è bravata?», aveva recentemente chiesto alla composta platea londinese alla commemorazione per i 49 colleghi morti in conflitti armati nei primi dieci anni del secolo. «Non è mai stato così pericoloso essere corrispondenti di guerra perche i giornalisti nelle zone di combattimento sono diventati un bersaglio primario», aveva spiegato, collana di perle e benda sull’occhio, perso in un altro conflitto a fuoco durante la guerra civile in Sri Lanka.
Remi Due settimane fa aveva vinto il prestigioso World Press Photo per un drammatico reportage sul conflitto in Libia. Neanche il tempo di assaporare la soddisfazione, che Remi Ochlik era già tornato sul campo di battaglia, l’ultimo, in Siria. Una passione diventata una missione già nel 2004, quando poco più che vent’enne era partito dalla Francia per raccontare la caduta del presidente haitiano Aristide. Solo poche settimane fa, sul settimanale Paris Match, aveva raccontato l’ultima giornata trascorsa proprio a Homs, dove oggi ha trovato la morte, con il reporter francese Gilles Jacquier, anche lui ucciso in Siria lo scorso 11 gennaio. Un lavoro difficile il suo, sempre sul filo del pericolo, ma più forte della paura era il dovere di testimoniare. (testi tratti da La Stampa fotogallery)
Siria: Il cordoglio dei netizen per l’uccisione di due giornalisti
di Amira Al Hussaini · tradotto da Irene Schillaci
Poche ore fa i netizen che rilanciano la quotidiana carneficina in Siria hanno dovuto prendere una pausa per digerire le notizie di ulteriori atrocità commesse contro l’umanità nel quartiere di Baba Amr, nella città assediata di Homs. Andy Carvin, media strategist di National Public Radio (NPR), scrive da Tripoli via Twitter @acarvin: “Ho bisogno di staccare la spina per un momento prima di dire qualcosa che rimpiangerei. Non riesco a sopportarlo proprio adesso. #homs #syria”. “Uccidere cronisti e giornalisti partecipativi non ci impedirà di testimoniare. Non potete fermarci. #homs #syria”. “Questi cronisti e giornalisti partecipativi dimostrano più coraggio in un giorno di quanto ne potrei avere io durante tutta la vita. Sarò in debito con loro per sempre. #syria #homs”. Nel frattempo il blogger Iyad El Baghdadi (@Iyad_elbaghdadi) confessa: Devo fare una pausa e piangere per un po’. Ci vediamo più tardi. Queste le reazioni in seguito alla notizia della morte della giornalista USA Marie Colvin, che lavorava per il giornale britannico Sunday Times, e del fotografo francese Remi Ochlik. Secondo la Reuters, “alcune bombe hanno colpito la casa dove si trovavano e un razzo li ha raggiunti mentre stavano scappando”. Nel frattempo, i netizen presenti sul luogo riferiscono la notizia del ferimento di un terzo reporter, durante l’attacco al centro stampa dove si trovavano giornalisti e attivisti. L’utente di Twitter @tweet4peace accusa il regime siriano di aver condotto l’attacco: “Sappiamo che è stato il regime perché questi attacchi missilistici continuano ininterrottamente da 19 giorni ormai. Oggi il bersaglio era il centro stampa di #homs”. La notizia ha provocato un’ondata di solidarietà su Twitter, i cui utenti si erano già mobilitati per denunciare il silenzio globale sui massacri commessi dal regime di Bashar Al Assad e costato la vita di migliaia di cittadini. Maha Abdoelenein (@mahagaber) scrive dall’Egitto: “Profondo shock & incredulità. Marie Colvin uccisa oggi a Homs, in Siria. Avevo lavorato con lei a lungo su varie cose in Egitto” Diaa Hadid (@diaahadid) sottolinea: “Riposate in pace Marie Colvin, Remi Ochlik, pochi moriranno in maniera tanto onorevole, raccontando al mondo quello che altri cercavano di nascondere”. E Rania Zabaneh (@RZabaneh) ci ricorda: La #Siria sta diventando una trappola mortale per i giornalisti. Ciò è OLTRAGGIOSO: OTTO giornalisti uccisi nel 2012; QUATTRO a #Homs. La cronista della CNN Arwa Damon (@arwaCNN) conclude: Riposino in pace i nostri due colleghi uccisi a #homs, il prezzo che paghiamo per fare luce sulle atrocità, il prezzo che la #syria paga ogni giorno per la libertà.
Storie pubbliche dei giornalisti Asteris Mosouras e Ahmed al Omran:
Syria: Western journalists & citizen media killed in Homs · asteris
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